La Catterdale - Cattedrale di Bisceglie

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La Cattedrale

A differenza delle vicine città costiere, la Cattedrale di Bisceglie non sorge in prossimità del mare, ma nel cuore del centro storico; essa è tuttavia visibile dalla piccola insenatura portuale, perché si innalza su una lievissima altura, sufficiente a porla in risalto; la posizione è giustificata dalla genesi della città, nata in contemporanea con la fondazione della Cattedrale e con l’istituzione della sede vescovile, cessata solo nel 1818 ma risalente agli anni ’60 dell’XI secolo, epoca dell’occupazione normanna del meridione d’Italia. Bisceglie deve il suo nome ed il suo sito ad un antico casale, Vigiliae, un villaggio fortificato, in seguito ampliato, cinto di mura, sorvegliato da un alto donjon (la torre Maestra) e trasformato in città dai normanni invasori; gli abitanti dei numerosi casali del circondario vi si inurbarono, per sentirsi al sicuro: ne risultò una popolazione in gran parte formata da contadini e possidenti terrieri ed in minor misura da pescatori e marinai.

La Cattedrale è un affascinante esempio di romanico pugliese; la parte più antica è ad oriente e presenta un sistema strutturale tipico, reso famoso dalla basilica barese di S. Nicola: una parete rettilinea maschera all’esterno la curva dell’abside e funge da base a due campanili, vittime illustri di ripetuti terremoti; nel punto di tangenza si apre il finestrone absidale. La pianta è a croce latina orientata; al transetto si accosta il corpo longitudinale, riedificato in forme più complesse nel XII secolo, diviso in tre navate da pilastri con semicolonne addossate e da arcate a pieno centro, sovrastate dalle trifore dei matronei; le coperture del transetto e della navata maggiore, di restauro ma fedeli alle originali, sono a capriate lignee; le navate minori hanno volte a crociera. Sotto il presbiterio si estende la cripta, fatta scavare nel 1167 dal vescovo Amando per accogliere le reliquie dei tre Santi protettori, Mauro vescovo, Sergio e Pantaleone, rinvenute nell’agro; i sostegni originari delle crociere della volta furono sostituiti da colonne marmoree nel 1685, quando fu realizzata anche la balaustra intorno all’altare, più volte rinnovato.

Tutta la chiesa, tra la fine del ‘700 ed i primi dell’’800, fu trasformata in chiave barocca con l’inserimento di una cupola ed il rivestimento in stucco delle superfici interne e dei pilastri, comportando l’abrasione dei capitelli per agevolane l’adesione e la scomparsa dei matronei, murati e coperti; negli ultimi anni ’70 l’intervento barocco è stato rimosso; la zona presbiteriale conserva l’altare in marmi mischi di scuola napoletana, del 1763, ed un magnifico coro ligneo seicentesco, proveniente dall’abbazia benedettina andriese di S. Maria dei Miracoli, a seguito della sua soppressione in età napoleonica. La facciata della Cattedrale è a cuspide, con salienti laterali in corrispondenza delle navate minori; due monofore ed il rosone centrale furono sostituiti nel ‘700 da finestre mistilinee; essa vanta uno dei più bei portali della Puglia romanica: vi è narrata, per mezzo di simboli, la storia della salvezza, che si inaugura nell’Eden e si conclude con la diffusione del Verbo nell’universo intero; in controfacciata, una lunetta scolpita raffigura la Traditio Legis, la consegna del Vangelo agli apostoli Pietro e Paolo.

Il fianco meridionale della chiesa delimita il cortile dell’episcopio, sede del Museo Diocesano; il fianco opposto prospetta su un’ampia piazza; seguendo le vicende della Cattedrale, un edificio vivo che ha sempre partecipato all’evoluzione storica della città, nel corso dei secoli vi sono stati addossati una cappella seicentesca ed una loggia settecentesca; il portale laterale, sormontato da un altorilievo in pietra, del ‘400, raffigurante i tre Santi Martiri venerati nella cripta, assunse le forme attuali alla fine del ‘500, per volontà del vescovo Cospi da Bologna: due colonne romane sostengono le statue quattrocentesche, un tempo policrome, di S. Paolo e di S. Pietro, al quale la Cattedrale è dedicata.

il Portale

Al di sopra della porta maggiore, all’esterno, ammiriamo la ricca cornice del portale dove è raffigurato l’universo, disposto ordinatamente in quattro fasce, secondo una suddivisione ricavata dalla Bibbia: la ‘lieta novella’ è rivolta a tutto il creato.

Andremo con ordine anche noi, partendo dall’alto, dove si inarca un bell’intreccio di foglie e di giunchi, una maniera medievale per indicare l’acqua; si tratta, in questo caso, delle acque al di sopra del firmamento, quelle che, nel secondo giorno della Creazione (Gn 1,6-8), Dio separò dalle acque inferiori, destinate a formare i mari, i laghi e i fiumi: “Dio disse: <>. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che sono sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno”.

Le acque al di sopra del firmamento sono quelle pronte a cadere in forma di pioggia e neve e la volta celeste funziona come un’immensa conca rovesciata e bucherellata, per consentire, al momento opportuno e quando Dio vuole, il passaggio delle acque superiori.

Alla volta, solida, del cielo, sono affisse le costellazioni del firmamento, che il sole via via attraversa durante il suo cammino, scandendo il tempo dell’anno, il percorso dei mesi, l’alternanza delle stagioni: è il tempo degli uomini, quello che regola il loro lavoro ed il succedersi delle diverse attività, strettamente collegate ai ritmi della natura: stiamo parlando della fascia successiva, nella cornice arcuata del nostro portale.

Alla nostra destra c’è il sole, a metà, perché sia chiaro che sta emergendo dalla linea d’orizzonte per procedere nella via segnata nel cielo per lui (fino a Copernico e Galileo, si è creduto che fosse il sole a girare intorno a noi), composta da dodici occhielli, formati da due nastri che continuamente si intrecciano, i dodici mesi dell’anno.

Lo schema dell’universo, tracciato sul portale della cattedrale biscegliese, è lo stesso che troviamo su un magnifico ed assai elaborato portale romanico, in Francia, nella chiesa della Maddalena a Vezeley, (il mezzo sole a destra, le foglie d’acqua dell’ordine superiore, la serie completa dei mesi e dei segni zodiacali, nella quale si intromettono, in corrispondenza di una forte cesura centrale, che ospita la testa del Cristo sottostante, tre cerchi in più. Nella lunetta, circondata dal creato, Cristo in maestà affida agli Apostoli, tutti, il compito di andare per il mondo a predicare il Vangelo).


Il nostro portale è più sintetico, segnala soltanto quattro costellazioni, selezionate e disposte sulle diagonali del semicerchio, perché sono quelle corrispondenti ai momenti più importanti dell’anno solare, in quanto indicano il trapasso delle stagioni: i solstizi e gli equinozi.

Esse sono rappresentate dai segni zodiacali di origine araba che ancora adoperiamo, tradotti in esseri mostruosi e fantastici, come si usava fare per le lettere capitali delle opere miniate: in basso a destra il cancro (solstizio d’estate), all’opposto il capricorno (solstizio d’inverno), situato in una casella più grande, perché corrispondente alla Natività del Signore; ai vertici della diagonale d’intersezione, troviamo, in alto, il segno arabo della bilancia (equinozio d’autunno) e, all’opposto, quello dell’ariete (equinozio di primavera), una ipsilon trasformata anch’essa in un mostro, tirato verso il basso da una figuretta maschile che trascina con sé l’anno intero e che sembra essere, nonostante le sbrecciature, l’unica raffigurazione di un mese ben preciso, in tutto l’arco temporale: marzo.

Marzo era il primo mese dell’anno nel calendario romano, precedente la riforma di Giulio Cesare, il quale, seguendo il calendario egizio, avrebbe fatto cominciare l’anno a gennaio. Traccia di quell’antica consuetudine permane nei nomi dei nostri ultimi quattro mesi (da settembre a dicembre) e nella stessa serie dei segni zodiacali che comincia con l’ariete il 21 marzo inizio anche dell’equinozio di primavera.

Nel medioevo, marzo era raffigurato come un giovane nudo che si cava una spina dal piede, un cavaspina, appunto, e così lo troviamo nella sequenza dei mesi, illustrata nel mosaico pavimentale del duomo di Otranto, realizzato più o meno nello stesso periodo del nostro portale. La figura del cavaspina si ispirava ad un’antica statua di Priapo, dio della vegetazione e della fecondità, ed era dunque adattissima ad indicare l’inizio della primavera ed il risveglio della natura.

Contando gli occhielli, ci accorgiamo che, come a Vezeley, ce ne sono tre in più, proprio in cima, campiti da un’aquila (signora dei cieli e sacra alle divinità maggiori maschili, Zeus, Giove), da un uomo che porta un pesce sulle spalle (il pesce era stato uno dei primi simboli di Cristo, perché il suo nome, in greco, era un acrostico della definizione: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore) e da una bella foglia mossa dal vento (perché lo Spirito ‘soffia dove vuole’): è un modo, estremamente decorativo, per dire che Dio, grazie alla sua forma trinitaria ed alla seconda persona, il Figlio, è entrato, incarnandosi, nel tempo umano, ha condiviso la storia degli uomini salvandoli con il suo amore.

la Traditio Legis

All’interno della chiesa, al di sopra della porta d’ingresso, è collocato in un arco apposito un bassorilievo della fine del XII secolo, emerso dalla rimozione degli intonaci, durante i restauri degli anni Settanta.Lo si nota uscendo dalla chiesa o entrandovi dalla porta laterale, meglio ancora dal presbiterio.

Si consideri che, quando fu realizzato, la liturgia prevedeva, come oggi, la celebrazione frontale rispetto ai fedeli; quindi il celebrante, il vescovo di Bisceglie, lo aveva di fronte per tutto il tempo e l’immagine funzionava da perenne promemoria soprattutto per lui, anche se è collegata, col portale in facciata. Si rammenti che la città di Bisceglie fu sede di Vescovado dal 1063 (circa) fino al 1818.

La raffigurazione ha un nome: “Traditio Legis”, trasmissione della legge, e presenta il Cristo in maestà, benedicente e in atto di consegnare il Vangelo agli apostoli Pietro e Paolo; è certamente un tributo al santo dedicatario della Cattedrale, San Pietro, ma è in prima istanza un’immagine simbolica, molto diffusa nel medioevo – alcuni di voi ricorderanno di averla vista sul ciborio della basilica di sant’Ambrogio, a Milano – ed ispirata ad un passo della lettera di san Paolo ai Galati (2, 7-8).
Si tratta, dunque, di un potente richiamo alla universalità della salvezza, promossa da Cristo mediante la diffusione del Vangelo, tramite gli apostoli: il vescovo è il vicario degli apostoli e il suo ruolo primario è diffondere la Parola di Gesù. Era un tema presente, in altre forme, sui portali delle cattedrali di Trani e di Molfetta e sottolineava l’importanza della figura del vescovo, in un periodo storico che gli riconosceva un grande potere sociale, non solo religioso, nelle nostre città.

La “Traditio Legis” deriva, come molte altre immagini, dal mondo classico, propriamente dalle composizioni celebrative che raffiguravano gli imperatori in atto di parlare al popolo, affiancati da funzionari, o di affidare loro missive destinate alle province. La nostra scultura, opera di una maestranza bravissima negli arabeschi, come mostra la cornice del portale all’esterno, ma molto meno esperta nel rendere la figura umana, è tuttavia ispirata alla grande produzione scultorea d’oltralpe, ben nota da noi, nel regno normanno di Sicilia, tramite disegni diffusi e circolanti nei cantieri; in Francia, già da mezzo secolo, si potevano ammirare sui portali magnifiche immagini di Cristo in maestà, a Chartres, ad Autun, a Cervon (Nièvre).

Il volenteroso lapicida operoso a Bisceglie irrigidisce panneggi e gesti, ma è ammirevole per la vivacità con cui ci presenta i Santi Pietro e Paolo mentre ascoltano con attenzione il messaggio di Gesù. Nella persona dei due Apostoli, quel messaggio oggi è rivolto a noi.
Il Paradiso Terrestre

Gli stipiti del nostro bellissimo portale, dal XII secolo, forniscono un particolare riferimento al Paradiso terrestre.

Se la parte superiore, l’archivolto, in connessione con la lunetta interna, la Traditio legis, ci parla della diffusione della Parola e della conseguente salvezza per tutto l’orbe creato, negli stipiti è raccontato l’antefatto, la ragione che ha reso necessario il personale intervento di Dio nella storia degli uomini.

È scritto nella Genesi: “Poi il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male” (Gen 2,8-9): sono essi a riempire, con l’elegante intrico dei rami, stilizzati e abitati da uccelli felici, i due lunghi rettangoli degli stipiti del portale; giova ricordare che il nostro termine ‘paradiso’ deriva dall’arabo e significa, appunto, giardino.

Il primo albero fu ignorato dai nostri progenitori, nonostante la sua posizione centrale, ma il secondo fu segnalato da Dio all’attenzione di Adamo col ben noto divieto a mangiarne i frutti, forieri di morte (Gen 2,16-17). E morte fu, di ordine spirituale, ma anche materiale, perché l’albero della vita rimase inviolato nel paradiso perduto.

Esso svetta armonioso a sinistra del portale, con le radici immerse in un cantaro d’acqua, ad indicare quanto fosse fertile e ben irrigato il giardino dell’Eden; lungo il bordo esterno dello stipite, la cornice è formata da otto baccelli, piccole semisfere decorate, che ricordano nel numero le beatitudini enunciate da Gesù nel celebre discorso della montagna (Mt 5,3-10). Sono continui, nel contesto, i rinvii e gli accordi tra l’antico ed il nuovo Testamento.

L’albero della conoscenza occupa, invece, lo stipite di destra; le sue radici sono nascoste da una figura umana dalle membra involute da tre rettili, due serpenti ed un drago.

La storia dell’umanità narrata dalla Bibbia, come la vita pubblica di Gesù, comincia con il racconto della tentazione. Gesù insegna come combattere e vincere le tentazioni (Mt 4,1-10) e le classifica in tre tipi: di ordine materiale, tentazione basata sull’interesse (“di’ che questi sassi diventino pane”), di ordine naturale, basata sul sovvertimento delle leggi che regolano l’universo (“gettati giù”), di ordine spirituale, basata sulla brama di potere (“tutte queste cose io ti darò”); riflettendoci, qualunque nostra mancanza, lieve o grave che sia, rientra in una di queste tre categorie.

L’essere ai piedi dell’albero, quindi, sostituisce Adamo ed Eva e rappresenta l’intero genere umano nel suo dramma quotidiano di soggezione alla tentazione; poggia i piedi su un quadrilatero, in cui si intrecciano quattro virgulti: è il giardino dell’Eden, chiuso e sbarrato per sempre, e, con esso, la fonte perenne che lo irrorava e che formava quattro fiumi (Gen 2,10-14), Pison, Ghicon, Tigri ed Eufrate, rappresentati dal quadruplice motivo fogliare.

La caduta dell’uomo ha innescato, con la venuta del Signore, la storia della salvezza, i cui benefici effetti sono conclamati nella zona superiore del portale, ma questa non può compiersi automaticamente, senza l’attiva collaborazione di ognuno: il bordo esterno dello stipite destro è ornato da dieci più un baccello, i dieci comandamenti più il ‘comandamento nuovo’ di Gesù “amatevi l’un l’altro” (Gv 13,34).

Laddove la loro osservanza fosse sempre, dovunque e comunque messa in atto, essa trasformerebbe già questa nostra terra in un magnifico paradiso.
Finestrone Absidale

Secondo l’antica prassi liturgica, la cattedrale volge ad oriente la sua zona più importante, il presbiterio, che accoglie l’altare, su cui si celebra il Sacrificio Eucaristico; ad oriente sono diretti l’attenzione e gli sguardi dei fedeli che vi assistono; dall’oriente è atteso il Signore, alla fine dei tempi (Mt 24,27); dall’oriente penetra la prima luce del giorno nelle ombrose navate, ancora pervase dalle tenebre notturne.

La grande finestra nell’abside, al di sopra dell’altare, ha la forma centinata di un portale e funziona come trionfale ingresso della luce, che rappresenta Cristo stesso, il Cristo risorto, il sole invitto, il sole che non conosce tramonto; la decorazione, pertanto, è all’esterno, è fatta per Lui, per onorarlo, ma è anche un’utile, rapida ricapitolazione dei principi generali della fede per chi, passando per la via sottostante, sollevi un attimo la testa e vi posi lo sguardo; per lo meno, questa era l’intenzione nel XII secolo.

In molte chiese romaniche, in Puglia, le absidi non sono visibili all’esterno (esempi celebri sono la basilica di San Nicola e la cattedrale, a Bari; le cattedrali a Molfetta, Giovinazzo e Bitonto), ma sono chiuse da una parete rettilinea che, ispirata all’architettura araba, conferisce al settore un’austera aria da fortezza; il finestrone segna il punto di tangenza tra l’abside maggiore, quando ve ne sono tre, e la parete di contenimento, di solito predisposta a fungere da base per due campanili, come avviene a Bisceglie, dove, al centro dell’unica, ampia conca absidale, si apre il nostro finestrone.

Ha una cornice a racemi e grani di rosario, un modulo antico e consueto, ed è in effetti l’apertura più antica della cattedrale, perché la zona orientale veniva costruita sempre per prima; datata quindi nella seconda metà dell’XI secolo; le sculture che aggettano intorno furono inserite oltre un secolo più tardi.

Esse sono, nell’ordine: una sfinge, in cima; due leoni, ai lati della centina (uno manca); due tori, ai lati della base (uno è acefalo); ancora due leoni ed un portatore di ariete, sotto il davanzale.

Sono figure dotate di forte visibilità ed abituali attributi di portali e finestroni coevi; sono ideogrammi di un linguaggio cifrato, allora universalmente conosciuto.

La sfinge proviene dalla mitologia pagana, è un ancestrale simbolo del mistero e della sapienza, come insegna il racconto di Edipo, che riuscì a risolvere l’ormai noto enigma propostogli dalla Sfinge, alle porte di Tebe; dotata di duplice natura (ha testa umana e corpo di leone), fu adottata in ambito cristiano a simboleggiare l’incarnazione di Cristo e la sua infinita sapienza.

Del leone ci siamo occupati; è il più frequente simbolo cristologico, rappresenta il Cristo risorto; aggiungeremo che, in base alla già ricordata profezia messianica del patriarca Giacobbe, Gesù è definito ‘leone della tribù di Giuda’ nella visione descritta dall’evangelista Giovanni (Ap 5,5).

Il toro, nella legge mosaica, è l’animale per eccellenza designato per il sacrificio d’espiazione (Lv 1,3-4; 4,3); rappresenta Cristo, vittima immolata per il perdono dei peccati.

Infine, l’uomo barbuto che reca un ariete sulle spalle è il patriarca Abramo (Gen 22,1-18), al quale Dio risparmiò il sacrificio del figlio Isacco, accettando in sua vece un ariete; in virtù della sua fede assoluta, Dio stabilì con lui e la sua discendenza l’Antica Alleanza, con la sua promessa di benedizione estesa a tutti i credenti mediante la Nuova Alleanza, sancita con il sacrificio di Gesù.

Un unico sguardo coglie, dunque, l’intera vicenda della redenzione, dall’incarnazione alla morte, alla resurrezione del Signore, alla sua perenne presenza Eucaristica in mezzo a noi.
Il Coro ligneo

Ai lati del presbiterio vi è un bellissimo Coro in noce massiccio, proveniente dalla Badia Benedettina di S. Maria dei Miracoli in Andria. Esso rappresenta la storia dell’Ordine benedettino dalle origini alla fine del medioevo.

Le due ali del Coro (lunghe m.8 ciascuna, alte m.3,36) sono disposte longitudinalmente a destra e sinistra dell’altare maggiore, occupando interamente i fianchi dell’abside. 38 sono gli stalli, 24 nel primo ordine, il più alto, e 14 nell’altro. Un terzo ordine, il più basso, è formato da nude panche di nessun pregio.

Un fregio cinquecentesco adorna le spalliere dei 14 stalli dell’ordine inferiore, interrotto a intervalli uguali da cappelli benedettini a bassorilievo. Graziose teste di putti sorridono in cima ai braccioli.

In ciascuna delle spalliere dell’ordine superiore, sotto archetti binati, sono rappresentati due papi per ognuno dei 12 stalli dell’ala destra, e 2 cavalieri o santi per quelli dell’ala sinistra: ciascuna statua reca ai piedi il nome e lo stemma.

Sopra gli archetti binati che inquadrano i papi v’è una targa ove è scolpito il nome d’una Congregazione dell’Ordine, da quella Cluniacense a quella Sicula, Gallica, Hispana. Sopra gli archetti che inquadrano santi o cavalieri, le targhe recano nomi di imperatori e imperatrici benemeriti dell’Ordine.

Pregevoli sono le colonnine che dividono l’una spalliera dall’altra, cinte da foglie per un terzo e scannellate nel resto, con in cima un capitello corinzio.

Statue e putti sono in stile barocco, l’ornamentazione è rinascimentale. L’opera, di autore ignoto, risale alla metà del ‘600.

Il Coro fu concesso alla Cattedrale da Giuseppe Bonaparte nel 1807, dietro istanza del canonico Massimo Fiori, già monaco della soppressa Badia andriese, che poté ottenere il trasferimento dell’opera facendo rilevare al Re il pericolo che essa avrebbe corso se fosse rimasta in Andria incustodita.

Per il trasporto il Capitolo della Cattedrale versò una forte somma, cui si aggiunse un congruo contributo del Comune. Perchè l’opera potesse essere sistemata nell’abside della chiesa, fu necessario ridurne le proporzioni, asportando qualche pezzo.

Separatamente, sulla tomba del Cardinale Maria Donato Dell’Olio, troviamo un altro particolare del coro, un pannello di noce intagliato, con la figura di S. Benedetto.
La Cripta

Poggia su dieci colonne di breccia corallina, dal colore giallo paonazzo. Vi si conservano le reliquie dei Santi Protettori. Nel centro è posto l'antico sepolcro dei vescovi.


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